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Eventi culturali in Italia (by beniculturali.it)
MiTo. Festival internazionale della Musica
Sulle tracce di Annibale. Gli scavi di Gereonium a Casacalenda
La mostra è stata organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise in collaborazione con l’Università degli Studi di Bologna - Cattedra di Topografia dell’Italia Antica- che conduce gli scavi nel sito di Gerione (Casacalenda) su concessione del MIBAC. Nella primavera dell’anno 2003 ha avuto inizio lo scavo del sito di Gerione. L’interesse per il luogo deriva dal toponimo che richiama quello di Gereonium, un abitato dell’antico popolo dei Frentani, tramandato da Polibio e Tito Livio quale punto di stazionamento dell’esercito di Annibale nel periodo compreso tra l’autunno del 217 e la primavera inoltrata dell’anno 216 a.C. A questa fase si riconducono il tratto di muro sannitico, di IV secolo a.C., ed il raro frammento calcareo di stele punica (III-II secolo a.C.) con la raffigurazione del crescente lunare e il cerchio solare, simbolo di Tanit, dea protettrice di Cartagine. Questo eccezionale rinvenimento parrebbe confermare l’identificazione di Gerione con la Gereonium nota dalle fonti letterarie antiche.
Sono documentate le fasi longobarda, normanna, sveva e angioina. A quest’ultimo periodo è ascrivibile il castello baronale che ha restituito nel corso dell’ultima campagna di scavo (luglio 2010) uno stemma, scolpito a bassorilievo, che raffigura, entro uno scudo triangolare un drago alato simbolo del dominus castri (signore del luogo) e del suo territorio feudale.
La mostra sintetizza attraverso i documenti della cultura materiale le vicende cronologiche dell’insediamento fino agli inizi del XV secolo d.C., ricostruendone la quotidianità e gli eventi drammatici che ne segnarono il destino, come il terremoto dell’anno 1349 e il sopraggiungere, devastante, della Peste Nera nell’anno successivo. Infine un distruttivo incendio, riconoscibile negli esiti archeologici, segna l’epilogo della piccola comunità.
Si tratta, in particolare, di un percorso articolato su una trentina di pezzi che rappresentano una selezione tipologica di materiali lapidei componenti architettura e apparato decorativo di alcuni complessi monumentali tra i più antichi di L’Aquila, la chiesa di Santa Maria Paganica e la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, di cui si erano perse traccia fisica e memoria.
L’esposizione propone capitelli, porzioni di colonnine e di altri elementi decorativi, parti di lastre tombali, lacerti di affreschi (in uno in particolare è riconoscibile una testa di Santo con aureola prospettica in foglia d’oro proveniente dalla Chiesa di Santa Maria Paganica e databile alla seconda metà del XV secolo); insomma una selezione di opere che si pensavano irrimediabilmente perdute e che oggi, grazie anche al lavoro di selezione delle macerie effettuato da un team di esperti diretti da un funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologica per l’Abruzzo, coadiuvato da architetti e storici dell’arte, sono tornate alla luce. “Questi lavori – spiega il Vice Commissario Luciano Marchetti – sono stati diretti dall’archeologo Vincenzo Torrieri non certo per fare archeologia, non era e non è ancora questo il momento, ma per avvalersi di tecniche idonee per la comprensione dei fenomeni fisici e per la restituzione di tutti gli elementi componenti l’architettura e l’apparato decorativo di complessi monumentali ciclicamente distrutti dai terremoti che fin dalla fondazione hanno interessato la città dell’Aquila”.
I materiali esposti, infatti, sono presentati come una mera testimonianza archeologica, con una semplice descrizione della materia del manufatto e degli ambiti culturali di riferimento, senza entrare nel merito dei possibili risvolti storico – culturali. “Ci sembrava giusto – spiega il curatore della mostra Vincenzo Torrieri – riavviare il processo di storicizzazione degli inediti rinvenuti e dare la possibilità a storici, critici, professionisti e addetti ai lavori di esprimersi in merito e, nello stesso tempo, far conoscere a tutti le nostre scoperte, il nostro lavoro: il lavoro di recupero e di rimozione delle macerie post – sisma”.
Rinascimento tra Veneto e Friuli (1450 - 1550)
Accanto alle opere delle maggiori personalità artistiche di Andrea Bellunello, Gianfrancesco da Tolmezzo, Cima da Conegliano e Giovanni Martini (artista del quale si propone la ricomposizione di gran parte del corpus pittorico) si prevede l’esposizione di un consistente nucleo di opere ancora conservate nella collocazione originaria e opere di confronto funzionali a chiarire i rapporti tra gli esempi di produzione artistica locale nell’ambito della cultura figurativa del rinascimento in area veneta.
Il risultato della mostra è reso possibile da una capillare e coerente campagna di restauri e di studi condotta negli ultimi anni che ha permesso di ricomporre la trama del tessuto culturale di un’area geografica fino a ora quasi completamente trascurata dalla storiografia artistica. Si tratta di un'occasione importante per restituire alla comunità una consapevolezza del proprio passato, e per offrire a quanti vorranno visitare la mostra l'opportunità di conoscere una parte non piccola del rinascimento veneto friulano.
Inaugurazione: venerdì 6 agosto, ore 18
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